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mercoledì 14 novembre 2018

Come comincia... Ricordati di sorridere di Daniele di Benedetti



Ciao lettori, come state? 
Sì, mi ero dimenticata che oggi è mercoledì e che avevo impostato questa rubrica proprio in questo giorno. Chissà quante altre volte mi capiterà😁

Avete mai letto libri di auto-aiuto? Si tratta di testi specifici scritti da professionisti, tipo life coach e cose così, che trattano temi relativi alla conoscenza di sé, all'autoanalisi, al non dare nulla per scontato, al guardare in faccia quei problemi che non riusciamo a individuare perché diventati routine, ai preconcetti insit dentro di noi, eccetera.
In pratica, servono per aprire gli occhi sulla propria vita, per prendere maggior coscienza di qualcosa che ci riguarda, affrontare i problemi e diventare persone migliori e più felici.

Ci riescono? Sicuramente aiutano a guardare le cose da una diversa prospettiva e a mettere in dubbio nozioni a cui non facciamo più caso ma con cui ci scontriamo ogni giorno, ma è anche vero che ogni persona è diversa e l'aiuto che possiamo darci cambia in base al nostro carattere e alla nostra visione della vita. Ma il discorso è molto più ampio di così, quindi per darvi un assaggio del libro che sto leggendo ecco qui il primo capitolo. Buona lettura!





***

ILLUSIONE COLLETTIVA

Immagina per un attimo che tutto ciò che sai della felicità sia fuorviante, che siano proprio le tue convinzioni sulla felicità a essere la causa della tua infelicità (e della tua frustrazione). Se fosse così? Se fosse proprio la ricerca della felicità a tutti i costi a impedirti di trovarla?

     Le statistiche sono impressionanti: viviamo nel migliore dei mondi possibili (se non altro perché non dobbiamo lottare con la natura per la nostra sopravvivenza), eppure non siamo mai stati infelici come oggi. Ogni anno il 30 per cento della popolazione globale soffre di un problema psicologico riconosciuto. L’Organizzazione mondiale della sanità posiziona la depressione al quarto posto delle patologie più comuni e prevede che nel 2020 salirà al secondo. I coach e gli psicologi sono sempre più numerosi, ma siamo sempre più tristi e depressi.

     Perché?

     Bella domanda. Anzi, ottima.

     Secondo me perché siamo tutti alla ricerca della medesima cosa: la felicità. Non che non ve ne sia in abbondanza per tutti… La cerchiamo, però, nel modo e nel posto sbagliato. Siamo vittime di un’illusione collettiva, che a questa felicità ci porta a mettere un sacco di condizioni. Crediamo che saremo felici se si verificheranno delle circostanze, se raggiungeremo un obiettivo… insomma, ci manca sempre qualcosa.

     E non si scappa, quasi tutti, prima o poi, finiamo per pensarla così: “Saremo felici se…” sembra uno dei cardini del pensiero occidentale, così attento a premiare chi taglia traguardi e ottiene successi.

     Uno dei miei film preferiti è La ricerca della felicità. Giuro: l’ho adorato, conosco intere scene a memoria. Però è un film basato su presupposti completamente errati. Già il titolo fa accapponare la pelle: come se la felicità fosse qualcosa da ricercare chissà dove. Inoltre, mentre il tempo passa e ci identifichiamo ogni minuto di più con il protagonista, finiamo per dare per scontato che il buon Chris Gardner sarà felice solo quando avrà ottenuto ciò che vuole, cioè un lavoro remunerativo. Per l’esattezza, un lavoro che dovrebbe consentirgli di acquistare una Ferrari. Non so se ricordi la scena: un giorno, in preda alla disperazione, vede un broker parcheggiare la sua Ferrari sotto la Dean Witter, un’azienda di intermediazione, e gli pone due domande: «Che lavoro fa, e come si fa?». È così che decide di tentare la carriera di consulente finanziario. Questo, però, trasmette un messaggio distorto: chi viaggia in Ferrari è felice, gli altri no. Chris è un eroe, intendiamoci: un uomo che supera terribili prove uscendone vincente e rafforzato. Ma se alla fine la Dean Witter avesse preferito un altro per il posto di broker, che cosa sarebbe accaduto? Non credo nel fatto che la sofferenza di Chris abbia valore solo in funzione del lavoro che riesce a ottenere. Né che siano i soldi a fare la differenza tra la sua immagine di sé come fallito e come uomo di successo. Eppure è quello che tutti crediamo. Siamo convinti che, se solo avessimo più soldi, saremmo felici.

     
       Una persona veramente di successo non è tale agli occhi degli altri, ma agli occhi di se stessa.
    

     Prima dei miei eventi live faccio girare tra il pubblico dei questionari, per capire quali sono le aspettative delle persone che vi partecipano. Una delle domande è: “Di che cosa avresti bisogno per svoltare, per vivere la vita dei tuoi sogni?”. Il 90 per cento risponde: “Soldi”. Perché? Perché siamo abituati a raccontarci che, se li avessimo, potremmo fare, andare… quando, in realtà, la più importante forma di ricchezza è la felicità stessa, intesa come attitudine nei confronti del mondo.

      Dobbiamo comprendere una buona volta che la strada più efficace è esattamente opposta a quella che ci ostiniamo a percorrere: “Se avrò i soldi, sarò felice” non funziona, “Se sarò felice, otterrò anche il benessere economico”, invece sì. La vittoria sta nel trovare il giusto equilibrio fra una vita vissuta spiritualmente e con pragmatismo, perché vivere con presenza ci condurrà anche a ottenere una maggiore agiatezza.

     Sia ben chiaro: nel desiderare di essere ricchi, di potersi permettere una casa spaziosa, dei begli oggetti, non c’è nulla di male. Mi piace immaginare un mondo nel quale continuiamo ad avere una famiglia, a lavorare con passione, a guadagnare, a goderci la bellezza degli altri Paesi così come quella delle altre persone, ma allo stesso tempo siamo “risvegliati”, accendiamo dentro di noi una luce di conoscenza che non ci renda schiavi delle cose materiali. Non sono un mistico e non ti sto suggerendo di estraniarti dal mondo, di ritirarti in cima a un monte o in un eremo campando di bacche e radici per trovare te stesso. Ci sono persone che credono di aver raggiunto la felicità interiore meditando tutto il giorno, nel silenzio e nella consapevolezza dell’interrelazione con il tutto. Prendiamo Tiziano Terzani, un uomo che stimo dal più profondo del cuore e che ha lanciato un messaggio di grande potenza e amore: la sua vita l’ha condotto a fare questa scelta, a distaccarsi dalla mondanità. Ma siamo tutti in grado di affrontare un cambiamento così radicale? Meglio: vogliamo davvero compierlo? Secondo me, no. Trovo che tale visione sia molto affascinante, capisco e rispetto chi ha scelto e chi sceglie di intraprendere questa strada, ma penso che non sia la migliore per me. Né per quanti vorrebbero essere felici qui, nel nostro pasciuto Occidente.

     È inutile girarci intorno: viviamo in una società tale per cui un tot di soldi è necessario. Una casa a misura della nostra famiglia ci serve. Così come mettere il cibo in tavola tutti i giorni (e magari qualche volta andare fuori a cena). Se vogliamo svolgere il lavoro che ci piace, dobbiamo posizionarci, e vestirci, e attrezzarci di conseguenza.

     I soldi però sono un mezzo, nient’altro. Se valuterai la tua felicità in base a ciò che possiedi sarai schiavo della bramosia del tuo ego, che non si accontenterà mai e ti costringerà a vivere in uno stato di frustrazione costante: magari, sbattendoti molto, riuscirai ad avere di più, ma la tua asticella si alzerà di conseguenza. Il risultato? Ti chiederai perché sei sempre al verde, benché le tue finanze migliorino.

     
       La felicità non dipende dal verificarsi di determinate condizioni. Al contrario, determinate condizioni si verificano come risultato della felicità.
    

     Non sarai felice quando avrai una casa più grande o un cuoco che ti prepara i pasti e guadagnerai una barca di soldi. Così come non lo sarai quando stringerai fra le mani l’ultimo modello di smartphone o calzerai le sneakers più alla moda. E lo affermo da maniaco delle sneakers: il punto è che non mi identifico con la marca delle mie scarpe o del mio smartphone. Sono entrambi oggetti. Dovrei identificarmi con degli oggetti? Vuoi davvero sostenere che la mia e la tua identità passano per gli oggetti che indossiamo e che ci portiamo dietro?

     Ti invito a fare una gita: prendi gli scarponi. Adoro camminare in montagna, per il paesaggio ruvido, per l’aria fredda che mi graffia la pelle, per la sfida che ogni tanto comportano certi percorsi. Poniamo di essere finiti a camminare a 3000 metri, sull’Annapurna. Non c’è nessuno. Siamo solo noi due, immersi nella bellezza, minuscoli di fronte a una delle cime più alte al mondo. Chi siamo? I nostri successi, i nostri fallimenti, il nostro lavoro figo, le nostre cene nei locali stellati, le nostre scarpe di marca, i nostri cellulari di ultima generazione (che non funzionano per il freddo): chi li vede? Risposta esatta: nessuno. Non contano un bel niente. Non sono noi.

     Quando siamo soli con noi stessi, tutto ciò che abbiamo fatto, i risultati che abbiamo ottenuto, gli oggetti che possediamo, perdono di significato. Non contribuiscono alla costruzione della nostra identità. Spogliati di tutto, scommetto però che ci sentiremo felici, sull’Annapurna.


     Perché avremo preso contatto con la nostra gioia interiore. Perché avremo compreso che la felicità è dentro di noi, non fuori.


Ricordati di sorridere
Daniele Di Benedetti
Feltrinelli
Auto-aiuto/Self-help
279 pagine
Pubblicato il 12 giugno 2018

***

Questo primo capitolo è una sorta di introduzione dell'autore, per cui non ci sono grandissimi consigli di vita che vi faranno dire "wow non ci avevo proprio pensato". Ma andando avanti ho trovato diversi pensieri di Daniele che mi stanno colpendo nel vivo e facendo riflettere. 
Altri concetti mi fanno, invece, storcere un po' il naso, ma vorrei approfondire il discorso su questo libro con una recensione completa, quindi ditemi cosa ne pensate...
vi piace questo primo capitolo? Vi fa provare sensazioni positive o lo trovate inutile? E in generale, cosa pensate dei libri di auto-aiuto?
Vi aspetto nei commenti...





venerdì 9 novembre 2018

Recensione | Una lontana follia di Kate Morton

Ormai ho capito che non mi piace solo raccontarvi l'opinione che mi sono fatta del libro che ho letto, ma che sento la necessità anche di riportare per iscritto il perché mi sono trovata a leggerlo e come abbiamo fatto a incontrarci. Non so, mi piace pensare che questo blog sarà visionabile per sempre e che potrò tra 30 anni ritornare qui e andarmi a leggere il perché e il come di un libro di cui magari non ricorderò assolutamente nulla. A voi non piacerebbe rileggervi e ritrovarvi tanti anni dopo? Una cosa del genere per me è elettrizzante!
Comunque, ho scelto di leggere Una lontana follia in modo abbastanza casuale. Non conoscevo Kate Morton e ora mi vorrei strozzare per questo, perché quest'autrice è un'abilissima scrittrice che chiunque ami le storie d'amore non può non conoscere!
In questo periodo potete trovare su altri blog le recensioni del suo ultimo libro, La donna del ritratto, che mi hanno piacevolmente incuriosita. Ma cercando nella mia solita biblioteca virtuale non ho trovato quest'ultimo lavoro bensì tutti gli altri. Dalle varie trame quello che mi ha colpito di più è stato proprio questo, e devo dire che mai scelta più casuale fu azzeccata!





Titolo: Una lontana follia (The distant hours)
Autrice: Kate Morton
Traduttrice: A. E. Giagheddu
Editore: Sperling&Kupfer
Anno di pubblicazione: 2011
Genere: Narrativa contemporanea
Pagine: 563
Letto in formato ebook








La mia opinione

Edie Burchill ha un'anima appassionata e un bruciante amore per i libri. Forse per questo non capisce sua madre Meredith, una donna fredda, scostante e silenziosa, che ha passato una vita intera assorta in pensieri che solo lei conosce. Ma un giorno a casa Burchill arriva una lettera con il timbro di cinquant'anni prima: sulla busta, l'indirizzo di Milderhurst Castle, la dimora di campagna dove Meredith, sfollata da Londra, trovò accoglienza quando aveva tredici anni. Di fronte a quella lettera ingiallita dal tempo, Meredith è sconvolta. E la figlia comprende che sua madre nasconde un segreto. È così che Edie comincia un viaggio nel passato di quella donna che non ha mai conosciuto davvero; un viaggio che inizia proprio dall'imponente castello ormai in rovina, con il suo giardino vasto e impenetrabile, dove Meredith ha vissuto i giorni che hanno segnato il suo destino. Il castello è ancora abitato dalle tre figlie del famoso scrittore Raymond Blythe, allora giovani e bellissime, con una vita piena di promesse davanti a sé. Ma di quelle promesse la vita non ne ha mantenuta nessuna, e loro oggi non sono che tre ombre, prigioniere di una lontana follia, destinate a vagare senza pace tra i corridoi dell'antica dimora. Un luogo che, scoprirà Edie, porta impresso il ricordo di un incendio rovinoso, e di una morte che non ha mai trovato un senso. Solo immergendosi nei misteri di Milderhurst Castle, Edie potrà liberare sua madre da ciò che la opprime. Imparando, finalmente, a volerle bene.



Ogni tanto ripenso a quella borsa, e alle centinaia di missive d'amore, di bollette da pagare, di biglietti d'auguri, di letterine di bambini che mischiati insieme sussurravano i loro messaggi nell'oscurità. E aspettavano che qualcuno si accorgesse di loro. Sapete come si dice, vero? Una lettera trova sempre il suo lettore. Prima o poi, piaccia o no, le parole riescono in qualche modo ad arrivare alla luce, a svelare i loro segreti. 






Siamo all'inizio degli anni '90 e Edie, la protagonista, si ritrova a 30 anni senza un uomo, con un lavoro nell'editoria che ama ma abbastanza precario, il temporaneo ritorno a casa dei genitori e una madre con dei segreti. All'inizio seguiamo la vita di Edie e il segreto della madre pensando che siano loro il punto principale della storia, ma non è così! All'interno della lettera di 50 anni prima, che la madre Meredith riceve per caso, c'è un altro mondo, un'altra epoca e altre protagoniste. 

Le tre sorelle Blythe, proprietarie da generazioni del castello di Midlehurst, sono le figlie di un famoso scrittore degli anni '30, che guarda caso ha scritto il libro che fece nascere la grande passione di Edie per la lettura. 
All'inizio tutto sembra un po' confuso e nulla pare collegato, ma poco per volta, capitolo dopo capitolo, tutti i protagonisti, gli eventi inspiegabili, il passato di Meredith e il presente di Edie, acquistano significato e trovano il perfetto posto nella storia, arrivando a tracciare ben 50 anni di vita.

Le oltre 500 pagine del libro le ho lette in tre giorni. È stato difficile staccarsi da loro e ancora più difficile non pensarci una volta fuori dalle pagine. A rendere stimolante questo romanzo è il continuo alone di mistero che aleggia sulle diverse figure e i continui passaggi nel tempo, tra il 1939 e il 1992. Le tre sorelle, molto vecchie e cariche del peso di tutte le speranze infrante e dell'egoismo del padre, sono quelle che maggiormente mi hanno colpito. Prima le vediamo giovani, belle e intente a intraprendere la loro vita, poi di colpo diventano decrepite, folli e misteriose. Lo stesso castello, descritto in modo impeccabile tanto da poter entrare nelle varie stanze e salire nella torre come se fossimo davvero lì, diventa nel 1992 polveroso, decadente e deposito delle antiche memorie della famiglia.

La stessa Meredith, madre di Edie, non può non attrarre. È lei in effetti il filo di collegamento tra il prima e il dopo. Una sognante bambina sfollata negli anni della guerra, e una donna ermetica e disincantata, che fa fatica a parlare con la figlia, dopo. Cosa è successo dopo che Meredith ha lasciato il castello e le sue coinquiline? Sarà questo il mistero che via via verrà svelato da Edie.

In Una lontana follia le atmosfere gotiche del castello e dei ricordi del passato mi hanno catturata e mi ha fatto innamorare in modo assoluto dello stile di questa autrice. La capacità di giungere al finale in modo non lineare, ma inserendo la narrazione in modalità flashback, è stato per me davvero ipnotico, perché mi ha fatto vivere la storia in modo molto suggestivo. Ancora adesso non riesco a non sentire un brivido di eccitazione se ripenso a Midlehurst.

In questo libro mi sono immedesimata tantissimo nella protagonista, Edie. E questa per me è la cosa principale quando leggo un libro, perché cosa c'è di meglio che vivere in parallelo un'altra vita completamente diversa dalla nostra? Ma la cosa più sensazionale è che non si farebbe fatica a immedesimarsi in qualsiasi altro protagonista del romanzo perché per ciascuno di essi la Morton traccia in modo completo i loro profili caratteriali, il passato, il presente e il futuro, i desideri e le paure.

Potrei continuare ancora per altre centinaia di righe a parlare di questo libro, quindi è meglio che vi dica LEGGETELO se vi piacciono i romanzi con personaggi interessanti e sorprendenti, se vi piace farvi suggestionare dalle trame e se amate le ambientazioni alla Jane Eyre, ma anche se desiderate farvi trascinare da una storia d'amore bella e tragica allo stesso tempo

Sono curiosa... conoscete la Morton? 
Il fatto di non aver letto nulla prima di adesso mi rattrista molto perché sono conscia del fatto che mi sono persa una grande autrice e delle storie magnifiche. Ora vorrei continuare con i suoi libri ma non so quale scegliere. 

Che opinione vi siete fatti di questo libro, lo leggereste?
Fatemi sapere...

mercoledì 7 novembre 2018

Come comincia... Vox di Christina Dalcher


Ripresa da non so quale buio cassetto della memoria di questo blog, la rubrica "Come comincia..." rivive di nuovo. Il motivo è che ho cominciato a leggere un libro surreale di cui poi vi darò la mia opinione quanto prima, ma che per adesso volevo solo darvene un assaggio. Il libro in questione, Vox, gira da un po' di tempo tra i blog e come sempre piace e non piace. Io sono all'inizio della lettura e non so ancora cosa pensare. Di certo non è un libro per stomaci deboli, nel senso che di pagina in pagina mi si accappona la pelle per la misoginia che traspare dlla società in cui è immersa la protagonista. Non c'è bisogno che vi dica oltre perché questo primo capitolo vi farà capire tutto! 
Buona lettura... spero!



***

1

Se qualcuno mi dicesse che in una settimana potrei far fuori il presidente, il Movimento per la Purezza e quell’incompetente pezzo di merda di Morgan LeBron, non gli crederei. Ma non potrei nemmeno contraddirlo. Non potrei dire niente.

   Sono diventata una donna di poche parole.

   Stasera, a cena, prima che pronunci le ultime sillabe della giornata, Patrick dà un colpetto al dispositivo argentato attorno al mio polso sinistro. Un tocco leggero, come per condividere il mio dolore, o forse per ricordarmi di rimanere in silenzio fino a mezzanotte, quando il contatore si resetterà. Questa magia si compirà mentre sarò già addormentata, e martedì ricomincerò da zero. Il contatore di mia figlia Sonia farà lo stesso.

   I miei figli maschi, invece, non hanno nulla al polso.

   A tavola chiacchierano della scuola, come sempre. Anche Sonia la frequenta, però non spreca nemmeno una parola per raccontare la sua giornata. Tra un boccone e l’altro dello stufato che ho preparato secondo la ricetta che so a memoria, Patrick la interroga sui suoi progressi in economia domestica, educazione fisica e nel nuovo corso di gestione familiare di base. È obbediente con gli insegnanti? Porterà a casa bei voti, questo quadrimestre? Sa quali sono le domande giuste da porle: quelle che richiedono soltanto un cenno del capo.

   Io osservo e ascolto tutto, mentre stringo i pugni così forte che mi rimangono i segni delle unghie sui palmi. Sonia annuisce quando serve e fa una smorfia quando i gemelli – che non capiscono l’importanza di farle domande cui può rispondere con un sì o con un no – le chiedono com’è l’insegnante, com’è la classe, qual è la sua materia preferita. Mi rifiuto di credere che lo facciano apposta, che la tormentino per costringerla a parlare. Ma a undici anni sono grandi abbastanza per capire. E hanno visto cosa succede, quando parliamo troppo.

   Sonia sposta lo sguardo da un fratello all’altro, le labbra tremanti, la punta rosa della lingua – una parte del corpo con un cervello suo, ondeggiante – che freme sui denti e sul labbro inferiore. Steven, il mio primogenito, le posa l’indice sulla bocca.

Potrei dirglielo io, quello che vogliono sapere: gli insegnanti sono tutti uomini, ora. Comunicazione a senso unico. Loro parlano. Le studentesse ascoltano. Mi costerebbe quindici parole.

   Me ne restano cinque.

   «Com’è il suo vocabolario?» mi chiede Patrick, poi riformula la frase. «Fa progressi?»

   Alzo le spalle. A sei anni, Sonia dovrebbe avere diecimila lessemi, un esercito formato da truppe che si raggruppano e si mettono sull’attenti, obbedendo agli ordini del suo cervello giovane e duttile. Dovrebbe avere, perché le tre competenze un tempo previste per la sua età – leggere, scrivere e far di conto – di questi tempi si sono ridotte a una: l’aritmetica elementare. Dopotutto, un giorno da mia figlia ci si aspetterà che sappia fare la spesa e gestire le faccende di casa, che sia una moglie devota e diligente, e per queste mansioni serve saper contare e non certo conoscere l’ortografia, né la letteratura. E non serve nemmeno avere una voce.

   «Sei tu l’esperta in linguistica cognitiva.» Patrick inizia a sparecchiare ed esorta Steven ad aiutarlo.

   «Ero.»

   «Sei.»

   Nonostante un intero anno di allenamento, le parole sgorgano prima che io possa fermarle: «Non. È. Vero».

   Patrick guarda il mio contatore compiere tre scatti e registrare le ultime battute. A ogni scatto ne percepisco la vibrazione sul polso, come il rimbombo minaccioso di un tamburo.

   «Basta così, Jean.»

   I ragazzi si scambiano sguardi preoccupati, perché sanno cosa succede se il contatore supera le tre cifre. Uno, zero, zero. Il numero che raggiungo quando dico l’ultima parola del giorno a mia figlia: «Buonanotte». Non ho ancora finito di muovere le labbra che gli occhi imploranti di Patrick incontrano i miei.

   Porto a letto Sonia. È diventata pesante, quasi troppo per essere presa in braccio, e devo tenerla con entrambe le braccia.

   Quando la infilo sotto le coperte, mi sorride. Come sempre, non c’è nessuna favola della buonanotte, niente Dora l’Esploratrice, Winnie the Pooh o Peter Coniglio e le sue disavventure nel giardino di Mr McGregor. È spaventoso pensare che tutto questo inizi a sembrarle normale. Per farla addormentare, le mormoro a bocca chiusa una canzone che parla di tordi e di caprette, visualizzandone le parole, immobili e mute, nella mente.

Patrick ci osserva dalla porta. Le sue spalle, un tempo larghe e forti, ora sono curve. La fronte è increspata da solchi profondi. Tutto in lui sembra sul punto di crollare.
Titolo: Vox
Autrice: Christina Dalcher
Casa Editrice Nord
Pagine: 321
Genere: Narrativa contemporanea
Pubblicato il 6 settembre 2018

***

All'inzio, ero indecisa se metterlo come post di Halloween, perché alla prima lettura di questo capitolo mi è venuto un grandissimo brivido lungo la schiena, come se avessi letto un romanzo terrificante alla Stephen King. Poi però ho deciso di trovargli una collocazione meno scenografica. 

Cosa ne pensate? Ha terrorizzato anche a voi questo primo capitolo?
Io sono rimasta inorridita e andando avanti vi assicuro che il sentimento non migliora!
Ho pensato anche di abbandonarlo. Il romanzo in sé è scritto bene ed è ricco di contenuti e spunti, ma ciò che viene raccontato mi inquieta e mi fa pensare "e se una cosa del genere succedessa a noi?" Non voglio neanche pensarci. 

domenica 4 novembre 2018

WRITERS GENERATION 2.0 | Presentazione Scrittori (NON) Emergenti



Ciao carissimi,
in genere questa rubrica ospita scrittori emergenti italiani che hanno da poco pubblicato una nuova opera, magari in self o con piccole realtà editoriali, ma oggi volevo darvi una notizia più o meno simile ma riferita a una scrittrice ormai ben più che rodata. Se avete amato il personaggio, la scrittrice o il genere sarete contenti di questa nuova uscita libraria!

Sto parlando del nuovo episodio de Le storie di Olga di carta di Elisabetta Gnone, un'autrice che seguo da un po' su instagram e di cui ho letto la seconda avventura di Olga, cioè Jum fatto di buio, amandolo tantissimo. Anche l'autrice mi piace un bel po', cioè mi fa simpatia, mi ispira fiducia, stimo la sua penna insomma.

Non mi aspettavo che le avventura della dolce Olga si allungassero nel tempo e invece eccoci qui a parlare del suo terzo viaggio.


Per diventare splendidi adulti bisogna restare un po' bambini...

 

Editore: Salani
Pubblicato il 29 ottobre 2018
Genere: Letteratura per ragazzi
Pagine: 192, 16 illustrate
Età di lettura: dai 10 anni


Sinossi
Cosa significa diventare grandi? E come si fa? «Crescere è una faccenda complicata» direbbe il professor Debrìs, e Olga lo sa bene: per rassicurare una giovane amica, che di crescere non vuole sentire parlare, le racconta la storia di una bambina a cui i vestiti stavano sempre troppo grandi, anche se l’etichetta riportava la sua età, o la sua taglia, e che saltava nei disegni per fuggire dalla realtà. La storia di Misteriosa è la storia di chi fatica a trovare il proprio posto nel mondo, fugge da responsabilità e doveri, incapace di assumersene il carico, e combatte strenuamente per restare fanciullo. È anche, però, la storia di una bambina che non si arrende. Una storia che farà ridere, pensare e spalancare gli occhi per lo stupore; e che rassicurerà Olga, i suoi amici e i lettori di tutte le età su un punto, che è certo: per diventare splendidi adulti occorre restare un po’ bambini. 


L'autrice
Elisabetta Gnone nasce a Genova il 13 aprile 1965 e, dopo gli studi classici, nel 1990 entra nella The Walt Disney Company e due anni dopo diventa giornalista. Collabora con il settimanale Topolino e a molti mensili come BambiCip & CiopMinni & Co. e La sirenetta, lanciando nel 1997 il mensile Winnie the Pooh. Lo stesso anno crea W.I.T.C.H., scrivendo le storie dei primi due numeri a fumetti: la serie diventa un successo mondiale e viene pubblicata in oltre 120 paesi.
Nel 2005 crea Fairy Oak, le vicende di un mondo fantastico e allo stesso tempo reale narrate dalla fata protagonista, Felì. Formata inizialmente da tre libri, se ne aggiungono altri quattro, da considerare come una sorta di "spin-off". L'ultimo di questi quattro capitoli (Addio, Fairy Oak) le fa vincere la dodicesima edizione del premio letterario Terre del Magnifico, dove viene scelto da una giuria di ragazzi della fascia 9-11 anni dell'Istituto comprensivo di Cortemaggiore. Nel 2011 viene pubblicato, sempre della serie Fairy Oak, un vero e proprio "libro dei segreti": Un anno al villaggio - Il diario di Vaniglia e Pervinca.
Il 9 novembre 2015 ha pubblicato con Salani Editore Olga di carta Il viaggio straordinario, una storia sull'importanza di raccontare le storie, che fra risate, commozione e tenerezza affronta i temi della fragilità, della vulnerabilità e dell'imperfezione che ci rendono umani. Seguiranno Jum fatto di buio (2017) e Misteriosa (2018).

Puoi seguire Olga di carta su:
           



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Le storie di Olga non sono solo un viaggio immaginario di una bambina straordinaria, ma rappresentano anche il percorso di vita di ciascuno di noi. 
Se nel primo capitolo si parlava dell'imperfezione umana, nel secondo l'autrice affrontava il sentimento della solitudine e della perdita. 
In Misteriosa, invece, viene analizzato il tema della paura di crescere, un tema caro non solo a Peter Pan, ma un po' a tutti, non è vero?? Curiosi di continuare l'avventura insieme a Olga di carta? Io sì e spero fra poco tempo di raccontarvi tutto :)


venerdì 2 novembre 2018

Blog Recap | Ottobre 2018




Ottobre è già finito?! Classica frase che si dice quasi ad ogni inizio mese. Omai da anni ho notato che l'ultima parte dell'anno mi schizza sotto gli occhi senza che me ne accorga. Al contrario, i primi tre mesi mi sembrano lenti e troppo lunghi. 
Questo ottobre è stato lunghetto ma solo perché aspettavo con ansia la festa di Halloween, che poi ahimè sono stata male e non ho fatto niente! Ditemi che voi almeno vi siete divertiti, travestiti, mangiato schifezze e fatto quelle cose che non ho potuto fare io!! Vabbè, pazienza, ormai sono anni che rimando i festeggiamenti, quindi un anno in più o in meno cosa cambia 😦
In questo post vi riassumo tutto quello che è successo fuori e dentro il mio blog. Buona lettura.



Letture e Recensioni


La piccola casa dei ricordi perduti di Helen Pollard
Come fermare il tempo di Matt Haig
Paura di volare di Erica Jong





Queste tre letture sono state tutte fantastiche. Ognuna, a suo modo, ha saputo emozionarmi e colpirmi in modo diretto. Solo dei primi due romanzi vi ho parlato in un apposito post che potete trovare clikkando le immagini. 
Paura di volare della Jong, invece, non lo recensirò perchè fa parte di quei libri che non possono essere raccontati o analizzati, ma solo letti e inglobati. Io adoro quest'autrice, spero di raccontarvi di lei al più presto!


Nuovi acquisti librosi

EBOOK

- Ritorno alla casa dei ricordi perduti #2 di Helen Pollard 
- Una romantica estate nella casa dei ricordi #3 di Helen Pollard
- Sharp Object di Gillian Flynn
- The outsider di Stephen King

Questo mese ho trovato a prezzi stracciati, e anche gratis, un sacco di ebook. Questa lista poteva essere ben più lunga ma non ho voluto esagerare perchè è vero che avere molti libri che ti aspettano è magnifico, ma poi mi viene l'ansia che non riesco a leggerli tutti!


BookTag e Consigli di lettura

Book tag - Vita da lettore
Se volete conoscere le mie letture divise per periodi di vita di lettrice

Donne&Libri - Rupi Kaur
Se volete conoscere una donna poetessa di ultima generazione

Consigli di lettura - Black History Month
Se volete conoscere i libri che parlano della cultura afro



Ebook in Regalo


Avendo letto e recensito la versione epub di Come fermare il tempo di Matt Haig ho deciso di rendere omaggio l'ebook a tutti quelli che avrebbeo voluto leggere questo romanzo. La versione scaricabile la potete trovare alla fine della recensione, cioè Qui.


Autori emergenti segnalati




Film


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(Mi è piaciuto tantissimo)

A spasso con Bob, di cui molti avranno letto il libro scritto dal musicista tossicodipendente che ottiene una seconda possibilità grazie all'affetto e alla custodia del dolce gatto Bob.  

Ready Player One, è un film di fantascienza barra distopico per ragazzi, ma anche per adulti, che nonostante parli del futuro e del mondo virtuale in cui ogni giorno le persone s'immergono per evadere dalla realta, farà rivivere il passato per le tante musichette e i riferimenti agli anni '70 e '80.



✪✪✪✪ 
(Bello ma pensavo meglio)

12 anni schiavo, un film sulla schiavitù dei neri d'America e sulle ingiustizie che capitarono a tantissime persone colpevoli soltanto di avere un diverso colore di pelle e per questo non tutelate dalla legge. Questo film è davvero straziante.

Ella e John, ovvero come passano l'ultimo tempo della loro vita insieme una coppia di anziani malati con un bagaglio di ricordi grande come un camper. Bello ma lento e a tratti noiosetto.
Lion - La strada verso casa, è un film del 2016 che racconta la storia vera di un ragazzo indiano adottato da piccolo da una coppia australiana, che diventato adulto va alla ricerca della sua famiglia originaria. Da vedere. 


  


✪✪✪ 
(Da vedere ma non a tutti può piacere)

Lady Bird, è una sorta di teen drama dove la protagonista, appunto Lady Bird, vive intensamente il suo rapporto con la famiglia, in particolare con sua madre, con l'amicizia e con l'amore. Particolare ma pensavo decisamente meglio.

 


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(Leggere un libro sarebbe stato meglio!)

Nelle pieghe del tempo, un film corale targato Disney con un ottimo cast e un bel messaggio di fondo, del tipo "credi sempre in te stesso", ma lo sviluppo e le varie scene non mi hanno né impressionata né tantomeno coinvolta.




Il mio momento di gloria è finito, adesso passerò da voi per vedere cosa mi sono persa in questo mese. Be', non c'è che dire questi post di riassunto sono veramente utili per chi non può ogni giorno farsi il giro dei blog preferiti!
Come sempre raccontatemi di voi nei commenti qui sotto o lasciate i link! Verrò da chiunque mi inviterà :)


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